È tornata nel santuario di Gavi la statua venerata dalle coppie

Tante coppie che volevano sposarsi qui in questi ultimi sei mesi hanno preferito rinviare perché la statua non c’era.

Sei mesi per far tornare com’era la statua della Madonna col bambino, simbolo del santuario della Madonna della Guardia di Gavi. È il tempo che ha impiegato la restauratrice Silvia Balostro, di Vignole, per eliminare, tra l’altro, le crepe e i buchi dei tarli nel legno della statua, venerata da tutti i fedeli della Val Lemme.

Ieri pomeriggio, nel santuario, di cui è rettore padre Luciano Bosia, festa grande con la presentazione della certosina opera di recupero, di cui si sono fatti carico la Fondazione Padre Rossi e il Lions club Gavi e Colline del Gavi.  

Come è stato ricordato durante l’evento, cadono i 270 anni dal progetto di costruzione del santuario mentre sulla statua ci sono ancora tanti misteri, come ha ricordato il giornalista Luigi Pagliantini, presentatore della cerimonia: «Non si sa chi abbia realizzata la statua, risalente a metà ’700, né dove sia stata fino al 1861, quando è stata aperta la chiesa. A testimonianza della devozione verso questa Madonna, tante coppie che volevano sposarsi qui in questi ultimi sei mesi hanno preferito rinviare proprio perché la statua non era al suo posto, nella sua nicchia sull’altare maggiore, sostituita da una fotografia». Proprio grazie al confronto tra l’immagine e la statua si sono potuti notare gli effetti positivi del restauro, raccontati da Silvia Balostro: «Sotto lo strato di colore in superficie ne esistevano altro frutto di interventi raffazzonati. Siamo riusciti soprattutto a far emergere lo strato originale del colore e delle decorazioni, riportando alla luce, tra l’altro, le foglie di oro zecchino».  

L’artigiano Domenico Ghio di Bosio ha realizzato invece il copricapo della Madonna al posto della corona rubata, anni fa insieme all’oro: «Mi sono ispirato allo “scufion”, lo “straccio” che un tempo le donne di Bosio e non solo mettevano in testa per trasportare il bucato o altri oggetti pesanti». 

[Giampiero Carbone - La Stampa]